Le Benducce
Agriturismo e Storia a Montalcino

Il luogo e la sua storia

Avviati sulla provinciale che da Montalcino porta all’abbazia di Sant’Antimo e a Castelnuovo dell’Abate, dopo un brevissimo tratto di strada, si ha subito un assaggio paesaggistico dell’atmosfera che ci attende all’affaccio del Belvedere. Si apre allora la visione delle sottostanti propaggini collinari, variate di case, vigneti e uliveti, oltre le quali si distendono morbidamente le crete senesi, verdi, gialle o celestine, oltre le quali lo sguardo si allunga sui centri di S. Quirico d’Orcia e Pienza fino alla città di Montepulciano sul limitare dell’orizzonte. Verso sud, oltre il verde intenso dei boschi, risalgono le estese pendici del Monte Amiata che si fanno sempre più azzurrine.

Da qui, pochi metri e siamo nella contrada delle Benducce dove, lasciata presto la provinciale, voltando a sinistra, si entra nell’antica Strada delle Benducce che correndo sulla sommità della dorsale collinare raggiunge il nostro podere. Un cancello sulla destra immette nell’ampio spazio antistante all’edificio nel quale il corpo centrale mostra di essere il nucleo originario. Intorno, nella varietà della vegetazione, spiccano i numerosi albatri dal folto fogliame sempreverde che a primavera si arricchisce di bianchi fiori e con l’autunno rosseggia di smaglianti corbezzole.

La contrada e il suo nome

'Perché Le Benducce?' verrà da chiedersi: una breve digressione ci offrirà una ragionevole risposta.

Il toponimo dell’ampia contrada delle Benducce, dove sono concentrati ben quattro poderi del suburbio di Montalcino, viene di riferirlo immediatamente a ‘benda’. E ‘benda’ è dal longobardo binda (cfr. ted. binden ‘legare’), cioè ‘fascia’ (Battaglia, alla voce).  Più determinato e promettente è riconosciuto dal Pellegrini sempre come elemento longobardo che però anche sta per «striscia di bosco o di campo». Questo significato di territorio naturale a strisce sembra trovare piena rispondenza nell’orografia della contrada. 

L’andamento delle due dorsali collinari sulle quali i poderi sono disposti degrada rispettivamente dalle pendici d’Osticcio e dal podere Albergheria allungandosi da ovest verso est in modo diciamo approssimativamente parallelo.

Sulle mappe catastali del 1822 qui riunite e sulla mappa della viabilità della contrada si osserverà facilmente che quell’andamento da ovest verso est si ripete da nord verso sud a partire dalla depressione segnata dalla strada che si dirige al convento dell’Osservanza fino alla direttrice del fosso di Boccavecchia  in una successione rimarcata dall’alternarsi di avvallamenti segnati dai corsi d’acqua e rilievi sulle cui sommità corrono le strade.

Secondo la consolidata consuetudine medievale del territorio, molti nomi dei poderi altro non sono che i nomi delle contrade dove i poderi sorgono. In più casi, come per Le Benducce, ben quattro sono i poderi che portano il nome della contrada, che si estende ampia nei pendii collinari degradanti dal rilievo del colle d'Osticcio, da cui discendono il Fosso dell'Osticcio, che si fa poi Fosso delle Benducce.

Antiche attestazioni della «contrada delle Benducce»

a) La più antica testimonianza che conosciamo dell’esistenza di un «luogo detto Benduccie», da non escludere che possa coincidere con la terra del nostro podere, risale al secolo XIII. La testimonianza è contenuta in un atto rogato in Montalcino il 10 aprile 1280 quando Maffuccio e la moglie Bellafante vi vendono una vigna a Renovardo di Baronello al prezzo di sol. 40.

b) «Una mezza vignola a le Benduccie, ne la corte di Montalcino di stima di lire 25» compare nella denuncia fiscale del patrimonio di Checco di Pietro di Filippo Ciardelli  nella Lira  montalcinese 1465.

c) Nello stesso anno e nella stessa Lira, sempre nella contrada delle Beneducce, un Agostino di Cecco risulta proprietario di una vigna prossima a un «boscho da legna».

Il riconoscimento

Già nel Seicento i buoni curati, nel compilare gli stati d’anime delle loro parrocchie, in casi analoghi risolvevano il problema aggiungendo al nome del podere quello del proprietario. Sufficiente soluzione per loro, ma per gli storici no: nel tempo i proprietari cambiano. Fortunatamente noi abbiamo le mappe del Catasto toscano che dagli inizi dell' Ottocento riproducono esattamente nel territorio i corsi d’acqua, le strade e i poderi riportandone i nomi con gli appezzamenti numerati delle terre e delle abitazioni corrispondenti alla Tavola indicativa dei proprietari allora compilata. E doppia fortuna per il nostro caso in quanto la proprietà del podere risulta essere nel 1822, al momento dell’impianto del catasto, del seminario vescovile di Montalcino.

Questo apre una prospettiva a ritroso che ci permette di distinguere il passato delle nostre Benducce, tracciarne quantomeno una precisa cronologia e prendere visione di alcuni documenti d'archivio che le testimoniano.

Il seminario vescovile ne era entrato in possesso nel 1786 quando il vescovo montalcinese mons. Giuseppe Pecci aveva ottenuto dal granduca Pietro Leopoldo la soppressione della comunità dei pp. Agostiniani con l’attribuzione del loro patrimonio e dell'edificio del loro convento al suo seminario. Dunque il nostro podere ha fatto parte nei secoli dei RR.PP. di S. Agostino.

Resterà al seminario per quasi un secolo fin quando, con l’Unità d’Italia, a seguito delle leggi eversive del 1867, seguirà la sorte dei beni dell’asse ecclesiastico italiano incamerati nel Demanio Nazionale per essere alienati.

Nell’incanto del 16 ottobre 1868, le Benducce vengono allora acquistate dal montalcinese Antimo Pescatori.

Per successione, giungeranno nel 1909 al figlio Luigi e da lui nel 1917 alla vedova Assunta di Giuseppe Tozzi.

Con la morte di questa, il podere andrà, il 9 agosto 1949, al fratello avv. Marcello Tozzi il quale, negli anni Cinquanta del secolo scorso, lo donerà all’ospedale montalcinese di S. Maria della Croce.

Infine, a seguito di complesse transazioni fra l’ospedale ed il Comune di Montalcino cui andrà in proprietà, il podere sarà acquisito dagli attuali proprietari.

Le benducce degli Agostiniani

Non sappiamo quando e come gli Agostiniani abbiano avuto Le Benducce, del resto non possediamo che rare notizie di proprietà del loro convento fondato in Montalcino già nel secolo XIII. È fuor di dubbio che ne siano stati in possesso già nel Cinquecento.

Come tutti gli altri poderi era dato a mezzadria, la forma di conduzione delle terre diffusa largamente in Toscana, con le «allogagioni» triennali rinnovabili. Testimonianze approfondite che possediamo attengono a due periodi:  alla fine Cinquecento e primo Seicento e alla seconda metà del Settecento.

Il 10 agosto 1605 il priore del convento Bastiano da Cortona propone ai frati riuniti nel capitolo «di dare il luogo delle Benduccie a mezzo a Antonio di Cipriano da Santa Restituta», i frati «si contentorno che si li dovesse dare a mezzo con tutti quelli obblighi che lo teneva il mezzaiolo passato». Altra locazione si ha il 9 Dicembre 1609, quando si delibera «di dar la vigna delle Benduccie a Giomo con patto e conventione come l’altri mezzaioli passati», precisazione significativa quest’ultima. Il 6 Agosto 1613 si decide «d’allogare a mezzo la vigna delle Benduccie a Domenico detto il Gobbo essendo che il mezzaiolo presente entrava in mezzaria con altri»: evidentemente ai padri, Giomo andava bene ma egli, dopo 3 anni, aveva trovato un’occasione migliore. Nel secolo XVIII il 9 Gennaio 1758, il podere va a Michele Ottoni. Giuseppe Pasqui l’ottiene il 10 Dicembre 1764 e Camillo Chechi il 24 Febbraio 1772. Il 13 Novembre 1775, incontriamo Domenico Mai. Il 15 Dicembre 1777, è mezzaiolo Giuseppe Grandi e ormai siamo alla vigilia della soppressione del convento che avverrà, come abbiamo detto, nel 1786.

La donazione di una vigna 

Conosciamo un’unica donazione fatta ai padri che ampliava il territorio del podere esteso tutto sul fianco di mezzogiorno della dorsale collinare, delimitato per un lato dal Fosso delle Benducce e per l'altro dall'antica strada di collegamento con Montalcino proprio nel tratto che oggi percorriamo per giungere al podere. Il 19 Agosto 1622, il padre baccelliere Felice da Montalcino che viveva nel convento donava ai confratelli una vigna confinante con il loro podere.

Quel giorno il padre Felice presentava al capitolo del convento, una memoria sulla proposta della donazione avanzata già da tempo da lui e dai suoi nipoti.

Al di là di ogni considerazione in merito all’atto che si concluderà con la ratifica del capitolo, vale la pena di osservare la presenza in quell’area della contrada di ben tre vigne: una esistente già nel podere, una quella oggetto della donazione e la terza in proprietà dei nipoti del padre Felice, come si comprende dalla stesura dell'atto di donazione. Di questa vocazione della nostra terra troviamo anche un riscontro indiretto nell’assenza dal podere di bestie vaccine indispensabili nella coltivazione dei cerali. Nelle sistematiche delibere del convento per le compravendite di bestiame dei loro poderi alle fiere montalcinesi il nostro podere non compare mai. Né è certamente da trascurare la sua posizione che si distingue dagli altri posseduti dai frati e collocati meno favorevolmente per la coltura della vite, ad eccezione dei poderi nella Villa di S. Restituta e nella contrada del Greppo.

Da una brevissima notizia possiamo intuire il tipo di impianto delle vigne. Il priore Antonio Cecchini il 27 Novembre 1744, ottiene il consenso del capitolo del convento a «fare alcuni pezzi di forme alle Benducce per piantarvi maglioli e rifare alcuni pezzi di muri cascati come è di necissità»: lungo il pendio, volto tutto a mezzogiorno, che dal podere scende al fosso correvano allora i terrazzamenti coperti di filari delle viti.

A conferma della generalità della coltura viticola si osserverà infine che nella Tavola indicativa del Catasto Toscano, alla specificazione delle colture del podere, non compaiono nè «bosco»  nè «castagneto» o «polloneto».

Dobbiamo dire per la verità che un bosco c’era a Le Benducce: un boschetto speciale. Un’antica ragnaia nata per le tese della caccia agli uccelli gestita da sempre direttamente dal priore del convento. Purtroppo un bel giorno i reverendi padri, presi nelle ristrettezze finanziarie, obtorto collo pensiamo, decidono di trarne un vantaggio economico e dal primo dicembre 1779 la concedono in affitto.

Le Benducce nel vivo della storia

Non si trascurerà infine il posto che il nostro podere trova nella scena della grande storia.

Il «Poggio delle Benduccie» ricorre spesso nelle diverse cronache dell'assedio portato nella primavera del 1553 alla città di Montalcino. In quegli anni la repubblica di Siena, sostenuta dalla Francia, è stretta nel gioco delle grandi potenze europee e dovrà soccombere definitivamente nel secolare conflitto con Firenze. Le truppe spagnole e tedesche dell’imperatore Carlo V, coalizzate con quelle del duca di Firenze Cosimo de Medici invadono allora il territorio dello Stato senese e puntano subito alla conquista di Montalcino che era il secondo centro dello Stato e la stringono d'assedio.

L'avvenimento che mise a dura prova Montalcino dal Marzo al Giugno di quell'anno, inserito dalla tradizione nella glorificazione della resistenza delle libertà cittadine, è stato certamente una delle innumerevoli testimonianze, pur piccola, del perenne e doloroso trascinarsi dell’umanità nella storia.

Le Benducce nella bufera  

Nei primi decenni del Cinquecento aveva preso sempre più consistenza fra le potenze europee la «questione di Siena», la sopravvivenza cioè della repubblica cittadina. Il dissidio aveva portato dal 1530 alla decisa ingerenza spagnola sullo Stato e sulla città e nel 1547 alla costruzione di una fortezza di presidio. L’insurrezione dei Senesi nel luglio del 1552 determinava però l’intervento francese a loro sostegno con il conseguente  abbandono da parte degli Spagnoli della loro fortezza e  insieme la ritirata del loro presidio tenuto allora nella fortezza di Montalcino. Cosimo de Medici duca di Firenze, animato dalle sue mire espansionistiche e preoccupato del suo futuro dinastico, interviene allora a fianco della Spagna. In questa fase del conflitto ormai aperto fra i due schieramenti si colloca l’assedio di Montalcino. 

Nell’inverno 1552-53 a Montalcino vengono messi a punto da Siena i sistemi difensivi delle mura concentrati tutti sul lato di mezzogiorno, dalla Fortezza al Forte di S. Margherita, l’unica parte questa accessibile per la sella che separava, oggi in maniera meno evidente, la città dai rilievi collinari che la fronteggiano in quel punto.

La mattina del 27 marzo i Montalcinesi videro gli eserciti imperiale e fiorentino, provenienti dalla Val d’Orcia, risalire la loro collina. Dopo aver occupato il convento dell’Osservanza e avervi lasciato un presidio di tedeschi, il comandante generale delle truppe spagnole e tedesche don Garçia de Toledo dirige gli eserciti sul poggio delle Benducce dove dispone il suo comando generale e proseguendo verso il podere la Palazzetta stabilisce qui la “piazza degli Spagnoli”. Più oltre, all’Osteria di Fuori, sulle pendici del colle d’Osticcio, si accampano le truppe tedesche e fiorentine con le loro artiglierie.

Era accaduto con precisione tutto ciò che i difensori avevano previsto e  da quel momento fino al 15 giugno le operazioni militari si svolgeranno tutte in quest’area. Un braccio di ferro  che vede da una parte la tenace resistenza degli uomini dentro le mura in affannose operazioni alla Fortezza e al forte di San Martino. Dall’altra l’incessante battere delle artiglierie nemiche e la minaccia incombente delle mine sotterranee scavate per aprire le mura. Tentativi d’assalti che vedono Francesi e Montalcinesi resistere. Tuttavia alla metà di giugno Montalcino, per il grande squilibrio di forze stava tuttavia per cedere. Improvvisamente però la libertà. Don Garçia toglie l’assedio: minacciose manovre della marineria turca incombono su Napoli.

Torniamo ora all’inizio dell’assedio e al ruolo che era toccato alle Benducce.

Non era stata casuale la scelta fatta subito al suo arrivo da don Garçia di accampare il comando generale delle truppe alle Benducce. La posizione era coerente con la scelta strategica della disposizione delle forze imperiali, spagnole e fiorentine messe in campo. La scelta era stata senz’altro preordinata. Del resto gli Spagnoli ben conoscevano il territorio montalcinesi e le fortificazioni della città avendovi soggiornato stabilmente negli anni precedenti come ‘alleati’ di Siena.

Il podere e il poggio delle Benducce è infatti posto sulla strada che per quei tre lunghi mesi rappresenterà la direttrice di collegamento fra il presidio tedesco dell’Osservanza e le pendici del colle d’Osticcio. Il luogo ideale dunque per coordinare le operazioni, defilato anche dall’area dove si sarebbero concentrati i combattimenti.

I nostri reverendi padri avevano saputo della scelta di don Garçia caduta sul loro podere. Perciò all’apprensione per le sorti della città assediata si era aggiunta quella per la loro casa e le loro vigne. 

Passata la bufera, il 15 giugno, dopo lo scampanio a festa di tutte le chiese montalcinesi  e il canto Te Deum  nella cattedrale i nostri reverendi padri corsero ansiosi al loro podere. Bastò un’occhiata e capirono subito che bisognava rimboccarsi le maniche.

Lo scenario dell'assedio del 1553

 

 Della fortificazione delle città,  

di M. Girolamo Maggi, e del Capitan Iacomo Castriotto Ingegniero del Christianiß. Re di Francia, Libri III In Venetia, Appresso Camillo Borgominiero, al Segno di S. Giorgio MDLXXXIII.
Girolamo Maggi, Giacomo Castriotto - Battaglia del 1553 - Veduta dell' Assedio di Montalcino.

 

 

Girolamo Maggi ricostruisce nel suo disegno lo schieramento dell’artiglieria imperiale e le postazioni delle forze coalizzate di Spagnoli, Tedeschi e Fiorentini che costituivano un fronte unico posizionato dal comandante generale don Garçia di Toledo sul poggio dell’Osticcio e, proseguendo verso est, sui rilievi della contrada delle Benducce.

Le operazioni imperiali puntano sull’unico fianco accessibile della città, battendo sul sistema difensivo approntato allora dall’architetto senese Giorgio di Giovanni, che allinea la Fortezza, il Forte di S. Martino, appena più in basso, e la Porta Cerbaia fino al Forte del pettorale di S. Margherita. La scena è ripresa dal poggio delle Benducce dov’è stato piazzato l’accampamento del comandante generale. A levante è il convento dell’Osservanza dove i Tedeschi si erano attestati subito la mattina del 27 marzo del 1553 al momento dell’arrivo degl’imperiali.

Il Maggi evidenzia la cosiddetta ‘sella’, il forte avvallamento naturale del terreno oggi difficilmente coglibile, che separava la cinta muraria urbana dal poggio d’Osticcio. Dalle diverse cronache coeve sembra di poter desumere che il bombardamento alle difese e alle mura, pesante fin dall’inizio dell’assedio, non abbia sortito esiti particolarmente importanti e gli imperiali, dopo i tentativi di realizzare un blocco armato che circondasse completamente Montalcino, passarono all’«assedio sotterraneo», come è stato definito lo scavo di una galleria che durò sei settimane, praticato nella sella sotto il Forte di S. Martino per aprire in quel punto piazzandovi una mina il varco decisivo. L’esplosione all’alba del 27 maggio non ebbe però l’esito sperato per motivi tecnici e scarsi furono i danni perché «il baluardo s’aprì un poco ma restò in piedi». I successivi faticosi tentativi fatti per scalare il forte stavano finalmente dando frutto quando la mattina del 15 giugno don Garçia ordinò agli imperiali la ritirata. La soluzione finale per la repubblica senese cui mirava il duca di Firenze Cosimo de Medici era solo rimandata.

 

Montalcino dalle Benducce.

 

  Montalcino. Veduta di Antonio Terreni tratta da Francesco Fontani, Viaggio pittorico della Toscana, I-III, Firenze: G. Tofani, 1801-1803. L'autore pone il suo punto di vista in alto, al di sopra del Poggio delle Benducce. La visione della città è inquadrata, come in un proscenio idealizzante, dall'atmosfera agreste, forse un po'  di maniera, con la torre e la campagna circostante nelle quali è possibile riconoscere il nostro podere. 

 

 

 

 

Montalcino. Veduta dell'Arch. Marco Pignattai. La prospettiva della veduta da sud, che presenta in primo piano Le Benducce, è la stessa che la città offriva allo schieramento imperiale nei mesi dell’assedio del 1553. In alto la Fortezza e a discendere il giro delle mura nel quale si aprono la Porta Cerbaia e la Porta Collegattoli fino al nucleo allora fortificato di S. Margherita. Nel profilo sono visibili oltre alla torre del palazzo comunale i campanili del duomo e delle chiese di S. Agostino e S. Francesco. La visione sembra convergere tutta sulla Fortezza trecentesca assurta da allora nell’immaginario collettivo a simbolo delle libertà comunali sconfitte dalla forza che avviava la storia europea dell’età moderna all’oppressivo statalismo assoluto.

 

 

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